Il preconsuntivo 2011 dell’UP italiana evidenzia lo stato critico nella produzione di greggio convenzionale. Il deficit mondiale della produzione rispetto alla domanda, consolidato dal 2009, sembra aver ufficializzato l’avvento dell’era del picco del petrolio. Gli elevati prezzi spingono a sostenere progetti di coltivazione di risorse fossili ad alto impatto ambientale.
Geopolitica del petrolio sempre in primo piano
Con elevata probabilita’ l’Unione europea adottera’ entro il 30 gennaio l’embargo sulle importazioni di greggio dall’Iran. Il programma di arricchimento di materiale fissile con finalita’ nucleari militari della repubblica islamica è oggetto di una contesa internazionale, estenuante e controversa che perdura da anni. Se ne trova testimonianza parziale ma significativa nell’intervista rilasciata su Realnews da Gareth Porter, giornalista investigativo (IAEA Iran report spins intelligence). L’epilogo imminente di una vicenda giocata nel contesto degli equilibri geopolitici che regolano la gestione delle risorse energetiche condizionerà il mercato petrolifero del 2012. Oltre alle ovvie ripercussioni sul prezzo del barile e sul traffico delle tanker petrolifere nello stretto di Hormuz (dove transita circa un quinto del petrolio estratto globalmente), sono prevedibile a livello europeo effetti conseguenti sulle posizioni degli stock della materia prima e sulla pianificazione dell’approvvigionamento delle fonti energetiche.
La sindrome di Kiribati
L’hanno battezzata così, adattando una precedente denominazione coniata in occassione di un episodio di sovrasfruttamento di una risorsa mineraria (fosfati) avvenuto nello stesso luogo. Nel piccolo Stato esotico collocato nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico e costituito da una manciata di atolli corallini (poco più di trenta). Una sorta di paradiso tropicale a metà strada tra l’Australia e le Hawaii, non fosse per il fatto che sta per scomparire sommerso dalle acque oceaniche in sollevamento per il global warming. Il problema dei cambiamenti climatici, per meglio dire del riscaldamento planetario causato dalle emissioni prodotte dall’utilizzazione delle fonti fossili, sembra ancora oggi lontano dagli interessi economici che muovono l’azione della grande politica internazionale. La conferenza di Durban sul contenimento delle emissioni è presentata con i vessilli del fallimento annunciato e pianificato da lunga data, già nel 2001 dalla diarchia innaturale sino-statunitense con il contributo sostanziale del governo Bush. Ecco però una minaccia concreta, pericolosa e identificabilissima prendere corpo da quel lembo di terra remoto e finora soltanto ospitale. 96.000 persone che si preparano all’ineluttabile destino di profughi. Non saranno spazzati via da un’onda di tzunami, ma protagonisti di un esodo controllato negli anni da qui al 2025. Si disporranno a muovere progressivamente, prima i capi famiglia e poi gli altri, tutti comunque preventivamente preparati alle condizioni socio-lavorative dei Paesi che li dovranno accogliere. La Nuova Zelanda, prima e prossimale destinazione, ha già per loro coniato la definizione di ‘Pacific access’ refugees. Lo ha annunciato il presidente di quel piccolo stato al segretario generale delle Nazioni Unite in visita. E’ la scelta più razionale per difendere il suo popolo, dopo aver implorato invano le nazioni più grandi e sviluppate di tagliare le emissioni da fonti fossili e registrato la loro incapacità e/o indifferenza ad agire. Se il global warming non intimorisce le grandi potenze, potrà avere effetto sulle politiche condivise di contraso ai cambiamenti climatici il rischio che il tragico esodo locale di questi isolani diventi norma di proporzioni bibliche su scala globale? E’ la nuova sindrome di Kiribati.
TAV no, TAV si, dipende?
I treni ad alta velocità sono più ecologici di aereo e automobile in quanto rilasciano da 30 a 70 grammi di CO2 per chilometro-passeggero contro rispettivamente 150 e 170 degli altri due mezzi di trasporto. Anche per questo motivo, già noto e avvalorato nel 2006 da uno studio CNT (Centre for Neighborhood Technologies), è in aumento il numero di Paesi impegnati in progetti TAV. Secondo un nuovo studio del World Watch Institute di Lester Brown, nel 2014 saranno 24 i territori nazionali coinvolti nello sviluppo di reti ferroviarie ad alta velocità (rispetto ai 14 attuali). Non è soltanto la variabile ambientale a forzare in questa direzione. I collegamenti TAV risultano essere tecnologicamente maturi, sicuri ed efficaci in termini di tempistiche complessive e logistica di spostamento anche per viaggi a lungo raggio. Allora è tutto chiaro e convincente? Si, eccetto i costi per gli utenti che, come sappiamo in Italia, sono alti al limite del sostenibile e fatto salvo il principio che i progetti siano relizzati prevedendo tracciati non impattanti negativamente sul territorio
La costruzione del futuro
I cambiamenti climatici presentano aspetti complessi, ma nel mondo del prossimo futuro, se auspichiamo che sia prospero e accogliente, se ne deve tener conto in modo propulsivo facendo necessariamente leva sulla partecipazione consapevole e condivisa degli uomini. Va in questa direzione l’iniziativa Translate climate, promossa e realizzata da DuploFoundation, di tradurre graficamente, e in molte lingue tra cui l’italiano, i passaggi problematici e controversi della costruzione sociale, politica ed economica del futuro low carbon dell’umanità
L’aumento di 2°C è ormai quasi invevitabile
Nel sentire le parole di Fatih Birol, capo degli economisti IEA, in occasione della presentazione del World Energy Outlook 2011, se non si mantiene viva l’attenzione si corre il rischio di convincersi di ascoltare il motivo conduttore di un ambientalista. Eppure Birol dice senza mezzi termini che il treno per gli investimenti in tecnologie low carbon sta passando, e i Paesi a economia avanzata lo stanno perdendo. Dopo il 2017, anche secondo le stime IEA, sarà troppo tardi per limitare l’aumento di temperatura atmosferica di 2°C. Si dovrà convivere con gli effetti dei cambiamenti climatici.
Royalties idrocarburi 2010 Italia, soltanto 202 milioni di euro
Le royalities 2010 sugli idrocarburi hanno fruttato alle casse pubbliche italiane soltanto 202 milioni di euro su 4,5 miliardi di valore della produzione. La loro distribuzione sostiene prevalentemente la finanza degli enti locali delle zone di produzione e non contribuisce in modo adeguato alla pianificazione della politica infrastrutturale del sistema energetico nazionale: